Comune di Pennabilli
Provincia di Rimini
Piazza Montefeltro, 3 - 47864 Pennabilli (RN)

La storia del Comune

Edificata sulle emergenze rocciose della Rupe e del Roccione, Pennabilli è una caratteristica cittadina dall’impianto medioevale. Deve il suo assetto urbano all’unione di due antichi castelli, quello dei Billi sopra la Rupe e quello di Penna sopra il Roccione.

Il territorio circonvicino è stato abitato sin dall’antichità, vedendo succedersi gli umbri, gli etruschi e i romani i quali incrementarono l’antico asse viario di fondovalle ed il Vico Messa.

Ma è con  il fenomeno dell’incastellamento, intorno al Mille, che l’abitato si sviluppa. Prima diviene feudo dei Carpegna, poi dei Malatesta dei quali è probabilmente la “culla”, prima che questa famiglia scendesse a Verucchio e Rimini.

Nel corso del 1300 i due Comuni autonomi di Penna e Billi si uniscono, dando luogo ad una sola entità comunale, come raffigurato nello stemma comunale ove si vedono due torri sormontate dall’aquila feltresca. In quel periodo inizia altresì la realizzazione delle mura e delle porte cittadine che segnano ancor oggi i contorni dell’abitato.

Nello stesso secolo la comunità di Maciano si aggrega a quella di Pennabilli, mentre Soanne passa a far parte del Comune di Pennabilli nel corso del XV secolo, formando il nucleo dell’attuale Comune.

L’appartenenza al Ducato d’Urbino segna il destino marchigiano del centro, realizzando quel legame costante della comunità pennese con la famiglia dei Montefeltro prima e dei Della Rovere poi.

Nel 1570 il Papa San Pio V,  Patrono della Città di Pennabilli,  trasferisce da San Leo la sede della Diocesi del Montefeltro, oggi denominata S. Marino Montefeltro. La presenza della diocesi caratterizza fortemente la cittadina dal punto di vista urbano: la Cattedrale, il Santuario di Sant’Agostino con il monumento della Madonna delle Grazie, il Convento delle Agostiniane, la Chiesa e l’Ospedale della Misericordia, sono beni culturali che ancor oggi possiamo ammirare.

Dal punto di vista sociale la costante presenza di un folto clero, del vescovado, del seminario feretrano, di numerose confraternite, rendono invece il carattere

cittadino particolarmente legato alla religiosità, tratto che si esprime anche nelle sacre rappresentazioni di carattere popolare.

Con lo Stato Nazionale, Pennabilli è centro amministrativo ed economico di notevole importanza. La presenza della Pretura e della Tenenza dei Carabinieri marcano quel rapporto di dipendenza reciproca fra città e campagna che si esplica nelle importanti fiere e nella presenza di una forte tradizione artigiana del centro urbano.

Nel 1928 la soppressione del Comune di Scavolino aggrega a Pennabilli le comunità di Scavolino appunto, Bascio con Molino di Bascio, Cà Romano e Miratoio.

La forte emigrazione degli anni cinquanta e sessanta spopola le campagne e riduce la presenza della popolazione residente, delineando cosi l’attuale consistenza del Comune che vede in una superficie di 63 km con circa 3200 abitanti residenti nel centro e nelle otto frazioni.

Nel corso dei secoli, tuttavia, numerosi pennesi hanno dato lustro ai loro natali con la loro vita e con le loro opere. In particolare si ricordano Fra Matteo da Bascio fondatore dell'Ordine dei Cappuccini, Padre Orazio Olivieri missionario in Tibet e compilatore del primo vocabolario Italiano-Tibetano e Domenico Valentini illustre diplomatico alla Corte Imperiale di Vienna.

Pennabilli è oggi una tranquilla cittadina che vive di piccola industria, d’artigianato, di servizi; ma soprattutto vuole imporsi quale centro per un turismo ambientale e culturale.

L’ambiente naturale, infatti, offre un contesto ideale per un soggiorno in cui vivere la natura. Il Parco del Sasso Simone e Simoncello, costituito per il 50% dal territorio comunale di Pennabilli, vuole essere un centro di soggiorno naturalistico di prima importanza nel centro Italia.

Le numerose testimonianze del passato, il patrimonio monumentale e artistico presenti nel paese e nelle frazioni, creano un percorso culturale di prestigio avvalorato da numerosi eventi culturali e spettacolari nel corso dell’anno quali la Mostra Mercato dell’Antiquariato, Artisti in piazza, le feste paesane legate ai prodotti tipici.

Importanti e diversi i musei nel comune: dal Museo Diocesano con la raccolta d’opera d’arte religiosa al Museo dell’Informatica e del Calcolo, dal Museo del Parco Naturale al Museo Diffuso dell’Anima di Tonino Guerra le cui singolari realizzazioni in Pennabilli e nella valle riscuotono particolare attenzione ed ampi consensi.

All’affacciarsi di un nuovo millennio il Comune di Pennabilli si propone secondo le moderne dinamiche della vita e dei rapporti sociali ed economici. Ma troverà sempre ragioni e presupposti di una civile e proficua convivenza nella gentilezza, nell’ospitalità e nella tolleranza dei suoi abitanti.

Ritrovamenti archeologici fanno risalire i primi insediamenti umani nel territorio di Pennabilli all'epoca etrusca e romana. Durante le scorrerie barbariche della metà del I millennio d.C., le due alture impervie su cui sorge il capoluogo
(ora chiamate "Roccione" e "Rupe"), servirono da rifugio alle popolazioni stanziate nei dintorni e lungo il fiume Marecchia. Ebbero così origine le comunità di "Penna" e "Billi" i cui toponimi (l'uno derivante dal latino "Pinna", vetta, punta, l'altro da "Bilia", cima tra gli alberi) fanno riferimento alla caratteristica conformazione dei due colli. Secondo un'altra teoria "Billi" deriverebbe, invece, dal nome del dio etrusco del fuoco "Bel", venerato in un tempio divenuto, in era cristiana, chiesa di San Lorenzo (martire del fuoco).

Nel 1004 un discendente della famiglia Carpegna soprannominato "Malatesta", forse perché testardo e scapestrato, cominciò la costruzione della rocca sul Roccione: era la nascita del
celebre casato che, sceso da Penna prima a Verucchio e poi a Rimini, avrebbe assoggettato tutta la Romagna. L'unione con il vicino castello di Billi avvenne solo nel 1350 con la posa della "pietra della pace" nella piazza del mercato sorta tra i due nuclei abitati. Il nuovo comune passò più volte sotto l'influenza dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Medici e dello Stato Pontificio. Nel 1572, con il trasferimento della sede vescovile da San Leo, papa Gregorio XIII lo insignì del titolo di "Città". Pennabilli è tuttora sede della diocesi di San Marino-Montefeltro.
E' da ricordare la venuta, il 15 giugno 1994, del XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso che ha visitato la casa natale di padre F. Orazio Olivieri in occasione del 250° anniversario della morte del cappuccino missionario nel Tibet. Dal 1970, ogni anno nel mese di luglio, presso palazzo Olivieri si tiene la Mostra Mercato Nazionale d'Antiquariato, una delle prime e più qualificate rassegne italiane. In giugno la città, che fin dai cartelli sulle vie d'ingresso si definisce 'Amica degli artisti di strada', ospita un Festival busker.

Il monastero di Pennabilli è stato costruito nel secolo XVI sulle rovine del Castello di Billi, in seguito a donazione della famiglia Lucis il cui stemma è situato all'interno della porta. Le prime monache, venute da Rimini, appartenevano all'Ordine domenicano. Dopo gli sconvolgimenti dell'epoca napoleonica fu riaperto dalle Agostiniane. Di seguito, pubblichiamo i 3 capitoli del volumetto "VICENDE DI UN MONASTERO" basato sui documenti raccolti da don Amedeo Potito e tradotti in lingua d'uso, nel 1995, da Palmiero Caroni.

Pennabilli e il Tibet
Padre Francesco Orazio nasce a Pennabilli nel 1680, ultimo di tre fratelli, dalla nobile famiglia degli Olivieri. A 20 anni, terminati gli studi classici, entra nel monastero dei Cappuccini di Pietrarubbia. Durante il suo periodo di noviziato la Sacra Congregazione di Propaganda Fide decreta lo stabilimento di una missione nel Tibet. L'ordine dei Cappuccini della Marca di Ancona (l'attuale regione Marche) viene destinato a fornire i missionari (1703). I confini di questa nuova unità ecclesiastica, a causa delle scarse conoscenze geografiche sono vagamente descritti. Il decreto infatti estendeva la nuova missione "..in direzione delle sorgenti del Gange verso il regno del Tibet..". I primi missionari partono nel 1704 e dopo inenarrabili fatiche giungono a Lhasa il 12 giugno 1707. Alla fine del 1711 Padre Domenico da Fano, prefetto della missione, decide di ritornare a Roma; la vita in Tibet è durissima, i padri sono senza soldi e rischiano di morire di fame. A Roma la missione viene riorganizzata. Viene decisa l'apertura di stazioni missionarie a Chandernagore nel Bengala, a Patna sulla via del Nepal, a Kathmandù e naturalmente Lhasa. Nell'autunno del 1712 partono nuovi missionari alla volta di Lhasa, tra questi il Padre Francesco Orazio Olivieri della Penna, che sarebbe poi divenuto la colonna portante della missione, la più forte personalità della sua storia e l' unico tibetologo degno di questo nome. Il 1 ottobre 1716 i padri sono di nuovo a Lhasa, dove incontrano il pistoiese padre Ippolito Desideri, un gesuita arrivato qualche mese prima. Riprendono l'opera di evangelizzazione e di pratica medica, ed il prefetto ricevuto dal Reggente Lha-bzan Khan gli spiega chiaramente il motivo della loro missione. Il reggente, comprensivo ed interessato, li invita prima di tutto a perfezionarsi nella lingua. A tale scopo il Padre Orazio della Penna ed il gesuita padre Ippolito Desideri si stabiliscono nel grande monastero-università di Sera. Un Lama istruito viene loro assegnato come maestro. Qui i due padri possono apprendere la lingua colta, discutere liberamente con gli altri monaci ed avere libero accesso all'importante biblioteca del monastero.

La Messa viene celebrata all'interno del monastero ed il resto della giornata è impiegato in studio e discussioni. I due preti cattolici vivono a stretto contatto con monaci di un'altra religione dividendo lo stesso cibo e la stessa vita monastica. Un raro esempio di adattamento. Orazio rimane al monastero di Sera per circa nove mesi, da aprile 1717 fino al gennaio 1718. Comunque per un periodo di quattro anni continua a studiare la lingua comune e letteraria sotto la guida di un lama istruito. E' al monastero di Sera che padre Orazio incomincia la compilazione di un dizionario Tibetano-Italiano, fatto direttamente sui testi tibetani e quindi riferentesi alla lingua letteraria. Nel 1732 il dizionario consiste di circa 33000 vocaboli. Passata la bufera dell'invasione dzungara (1717-1720) i padri sono ben conosciuti a Lhasa. Il "Lama testa bianca", così era chiamato il Padre Orazio, si è molto perfezionato nella lingua tibetana sia scritta che parlata, è in buoni rapporti con il Dalai Lama e K'an-c'en-nas il nuovo reggente. L'altro Cappuccino, Padre Giovacchino da S.Anatolia, esercita con successo e gratuitamente l'arte medica.

Il popolo li conosce e li rispetta; tutti i documenti fanno gli elogi dei due missionari: "... non hanno compiuto alcuna specie di azione cattiva neppure quanto la radice di un capello" ... "Voi che siete venuti da molto lontano con la mentalità che non è rivolta a cibo, guadagno, fama, donne e sostentamento siete riusciti di grande utilità a molte creature...". Per circa dieci anni i due padri rimangono soli a Lhasa e con il credito di cui disponevano ottengono speciali concessioni per uno straniero; come il permesso per acquistare un terreno dal governo ad un prezzo simbolico per erigervi il convento e la chiesetta (1725). E' questo un periodo prolifico per importanti opere letterarie di Padre Orazio. Traduce il Lam-rim-c'en-mo (Le tre grandi vie che conducono alla perfezione) di Tson-k'a-pa, la Vita del Buddha, Il libro tibetano dei morti, ed altre importanti opere. La guerra civile del 1727-28 non porta serio danno alla missione. P'o-lha-nas, il nuovo reggente, conosce il Padre Orazio da vari anni e conferma i privilegi della missione. I cappuccini continuano a frequentare la corte e la loro attività missionaria limitata praticamente agli stranieri non da fastidio a nessuno. Ma a Roma sembrava si fossero dimenticati di loro e Orazio, che comincia ad avere problemi di salute, decide di scendere in Nepal e di qui, si risolve di tornare a Roma, dove giunge nel 1736, per chiedere aiuto. A Roma riesce ad ottenere l'interessamento del Card. Belluga, un prelato spagnolo che lo aiuta a riorganizzare la missione su basi finanziariamente solide. Oltre i fondi necessari viene anche fabbricata una completa stamperia tibetana i cui caratteri sono incisi su indicazioni di padre Orazio stesso. Viene curata anche la preparazione diplomatica, con la spedizione di due brevi pontifici al Dalai Lama e P'o-lha-nas accompagnati da ricchi doni. Nell'ottobre 1738 la nuova spedizione lascia l'Italia per giungere in India nel settembre del 1739.

Dopo un duro viaggio Padre Orazio e altri tre confratelli giungono a Lhasa il 6 gennaio 1741. Viene recuperato l'ospizio e nel mese di settembre vengono ricevuti prima dal reggente e pochi giorni dopo al Potala dal settimo Dalai Lama. Entrambi concedono un documento con cui si garantisce ai missionari la libertà di culto e proselitismo. La missione, disponendo di uomini e mezzi come non ne aveva mai avuti fino allora, svolge nei mesi seguenti un'intensa attività di propaganda scritta e orale. Padre Orazio scrive e stampa lettere ed opuscoli di confutazione della religione tibetana, traduce la Dottrina Cristiana ed altre opere a carattere religioso. Vengono convertiti una ventina di tibetani tra uomini e donne. Ma la nuova comunità cristiana urta subito contro un ostacolo forse non previsto dai missionari: la inestricabile connessione tra vita civile e religiosa che esiste nel Tibet. E quando i nuovi convertiti tibetani si rifiutano di accettare la benedizione del Dalai Lama e di partecipare alle preghiere lamaiste a cui erano obbligati a titolo di corvée dovuta allo stato ('u-lag), la questione assume un aspetto politico ed intervengono i tribunali. Dopo un lungo processo il 22 maggio 1742 cinque cristiani tra uomini e donne sono fustigati sulla pubblica piazza. Il colpo è durissimo e segna l'inizio della fine. Si fa subito il vuoto attorno ai missionari. Grazie all'abilità diplomatica, ed all'ascendente personale, Padre Orazio riesce a ricucire i rapporti con la corte e ad essere ancora ricevuto in udienza sia dal reggente che dal Dalai Lama, ma ormai è chiaro che la missione non ha futuro e il 20 aprile 1745 gli ultimi missionari lasciano la capitale alla volta del Nepal. Subito dopo l'uscita dei missionari il convento viene distrutto dalla folla eccitata. Si salva soltanto la campana che viene trasportata nel Jo-bo-k'an, dove tuttora è appesa. Orazio arrivato quasi moribondo in Nepal sembra prima riprendersi, poi alla notizia della distruzione della Chiesa di Lhasa muore di scoramento a Patan il 20 luglio 1745 all'età di 65 anni, dei quali 33 dedicati alla missione tibetana.

La visita del Dalai Lama a Pennabilli
La mattina del 15 giugno 1994 Sua Santità Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, ha visitato Pennabilli, città di Padre Orazio, in occasione del 250° anniversario della morte del missionario che visse a Lhasa dal 1716 al 1732 e dal 1741 al 1745. Dopo una cerimonia di benvenuto, mentre dalle finestre del centro storico scendeva una pioggia di petali colorati, Sua Santità ha scoperto una lapide sulla facciata della casa natale del frate cappuccino. Ha visitato in seguito una mostra documentaria sull'opera di Padre Olivieri in Tibet e messo a dimora un gelso nell'Orto dei frutti dimenticati.
Centinaia di persone raccolte in piazza Vittorio Emanuele II hanno ascoltato commosse le parole del Dalai Lama ed un applauso fragoroso ha salutato i rintocchi della campana di Padre Orazio registrati in Tibet.

Il discorso del Dalai Lama
pronunciato in piazza V. Emanuele II in Tibetano
e tradotto in simultanea da Luca Corona, interprete ufficiale italiano del Dalai Lama.

"Vorrei ringraziare le autorità, il Sindaco, il presidente della Provincia, il prefetto e particolarmente il rappresentante dei Cappuccini e il mio amico Nunzio Apostolico (Arciv. Pietro Sambi, Nunzio Apostolico in Indonesia) per avermi dato la possibilità di incontrarvi in questa occasione così importante, perché ci ricorda un evento della storia veramente degno di essere ricordato.
Arrivando qui devo dire che ho provato una forte emozione, una nuova emozione, qualcosa di mai provato prima, un'esperienza intensa.
Da una parte mi sono venuti in mente gli avvenimenti di 250 anni fa, dall'altra parte mi sono anche ricordato di quanto è cambiato da quel periodo, da quei tempi, ad oggi.
E quel vostro concittadino che visse 250 anni fa, Orazio della Penna, era senza dubbio una persona fuori dal comune, in quanto dotato di grande coraggio e grande determinazione.
E inoltre l'aver visto una foto della campana che egli portò a Lhasa e soprattutto aver sentito il suono di questa campana mi ha dato una sensazione veramente molto intensa, soprattutto per il fatto che da molti anni non vedo più il mio Paese.

Di fronte a me, su questa collina è il simbolo, la Croce, di una delle grandi religioni del mondo e appena sotto sono le bandiere di preghiera tibetana, simbolo anch'esse di una delle grandi religioni del mondo, il buddismo. E poi, visto da qui, il convento sembra moltissimo uno degli eremi del Tibet.
Quindi, in un ambiente cosi significativo, ci siamo ritrovati tutti insieme, persone appartenenti a diverse culture, diverse razze, diversi credo religiosi, e ci siamo dimenticati di queste differenze, ci siamo ritrovati tutti insieme e ci sentiamo tutti uniti da qualche cosa e penso che questo sia un momento veramente straordinario.
Io penso, e in genere lo ripeto continuamente, che è proprio quel sentimento di simpatia di affetto che si può avere gli uni nei confronti degli altri, che hanno il potere di risolvere i problemi del mondo. Mentre invece se questo sentimento manca, se l'amore verso il prossimo non è sufficiente, allora benché tutti noi siamo esseri umani e allo stesso modo dipendiamo strettamente gli uni dagli altri, a questo buon sentimento si sostituisce invece un atteggiamento egoista e quindi l'interesse a fare del male agli altri per potere ottenere il proprio vantaggio. Ecco che quella è proprio la causa di ogni problema e alla base di ogni conflitto di questo mondo. Se noi vogliamo veramente promuovere la pace dobbiamo assumerci la responsabilità di questo.
Quindi oggi, dalla ricorrenza di eventi avvenuti 250 anni fa, penso che possiamo trarre due insegnamenti principali.

Il primo insegnamento che possiamo trarre è il seguente: pensate a quest'uomo, 250 anni fa, di questo piccolo paese, che da solo partì per l'Oriente, allora, superò la grande catena dell'Himalaya, arrivò in questo lontanissimo paese, il Tibet, rimase là lunghi anni, studiò la lingua, studiò la cultura e compose, come prima accennava il Frate Cappuccino, il primo dizionario tibetano italiano, che poi venne usato in tempi successivi da diversi studiosi quindi, guardate come una persona, al momento in cui riesce a generare un forte coraggio e una forte determinazione, riesce a fare delle cose così grandi. Ecco, questo credo sia il primo insegnamento, la cosa di cui noi tutti ci dobbiamo ricordare quando ci sentiamo scoraggiati e pensiamo: ma io sono solo uno, anche se ho queste aspirazioni, come faccio io da solo a raggiungerle. Ecco, questo è un atteggiamento sbagliato, bisogna proprio, prendendo esempio da questi uomini, da uomini come Orazio della Penna, generare un forte coraggio e appunto una forte determinazione.
Il secondo insegnamento che possiamo trarre, considerando l'epoca in cui questo viaggio avvenne, è che allora le varie nazioni, i vari gruppi umani, erano molto isolati, tanto più questo valeva per il Tibet, d'altra parte la sua posizione geografica stessa lo isolava dai contatti con le altre nazioni, la grande catena dell'Himalaya a sud, le regioni montagnose dell'est, i grandi spazi disabitati del nord e quest'uomo invece viaggiò, superò tutte queste difficoltà, arrivò nel paese, studiò la cultura e soprattutto creò questa relazione di armonia con i governanti e i religiosi del Tibet e questa è una cosa estremamente importante e che vorrei sottolineare.
Io ho visto un documento scritto dal leader tibetano di quel momento, Mivagn Polonas, che osannava le qualità di questi missionari. Certo, è vero, che la ragione per cui essi viaggiarono nel Tibet fu per diffondere la religione cattolica, però non fecero solo questo, quello che loro fecero e che appunto mi colpisce di più è proprio questa opera di studio che riportò alla comprensione ed eventualmente all'armonia fra questi due credo religiosi.
Ecco, questo avvenne 250 anni fa, in quella particolare situazione. Oggi, per noi invece possiamo comunicare molto più facilmente, viaggiare, incontrarci come e quando vogliamo, questo diventa molto più semplice e quindi bisogna trovare continuamente occasioni per farlo.

I giorni scorsi pioveva molto, mentre invece oggi il sole picchia, quindi non mi voglio dilungare troppo, perché altrimenti questo potrebbe crearvi dello sconforto. Vorrei ancora ringraziare tutti quanti, vorrei ringraziare soprattutto il Sindaco (ing. Roberto Busca) perché quando l'ho visto, quando ci siamo incontrati, ho proprio sentito da lui questo forte sentimento di amicizia e vorrei anche ringraziare il Rappresentante dei Cappuccini (padre Angelico Violoni) per le parole che ha detto nel suo discorso, soprattutto del suo desiderio, della sua preghiera che il Tibet non diventi come la Bosnia, ecco questa è una cosa che mi ha profondamente colpito; lo ringrazio.
Volevo anche ringraziare del momento di ilarità che è stato poc'anzi provocato dalla chiave sparita*".

*La simbolica 'Chiave della città' che è stata consegnata a S.S. Tenzin Gyatso soltanto dopo alcuni minuti dall'annuncio perché... non si trovava più.


Ritrovato il dizionario italo-tibetano di Padre Orazio
Era in una cassa polverosa a Calcutta (da Il Resto del Carlino ed. Rimini, del 2 gennaio 1999)

'Da Calcutta un grande sorriso per i miei 'sponsor', la mia gioia è incontenibile. L'emozione ed il batticuore di oggi (mercoledì 23 dicembre 1998) alle 11.30 quando ho aperto l'involucro che conteneva il primo dizionario Tibetano-Italiano mi hanno riportato alla mente i ricordi più belli della mia vita. Sebbene il manoscritto sia provato dagli insetti che lo stanno divorando riconosco la calligrafia di Orazio...'.
Sembra una cronaca di un viaggio di scoperta del secolo scorso e invece è un modernissimo e-mail ricevuto da Elio 'Lilly' Marini dall'India. Ma anche oggi evidentemente è possibile vivere una emozione alla Livingstone o alla Tucci quando la passione, la perseveranza e il gusto della ricerca divengono, come nel caso di Marini, una componente essenziale della propria esistenza.
Diciamo subito che si tratta di una scoperta di grandissimo rilievo anche alla luce del grande interesse che la cultura tibetana sta conoscendo in tutto il mondo. Sembra impossibile ma il primo occidentale che nel lontano 1730 si è preso la briga di compilare un vocabolario Italiano-Tibetano di ben 33mila vocaboli, fu proprio un nostro conterraneo: frate Orazio Olivieri da Pennabilli. Egli agli inizi del XVIII secolo, fu inviato a evangelizzare le remote ed inospitali terre del 'Thibet' e fu tale la stima e la considerazione che si guadagnò tra i religiosissimi tibetani che venne chiamato 'Lama Testa Bianca' per il colore dei suoi capelli.
Al professore Marini, che insegna e vive a Rimini, ma è un naturalizzato 'pennese', questa storia del frate cappuccino suo conterraneo che due secoli e mezzo fa andò ad evangelizzare il Tibet, lo ha sempre affascinato. Direi 'fulminato' in una ostinata volontà di saperne di più e di scavare attorno a questa affascinante figura.
Del vocabolario si erano perse le tracce da più di centocinquant'anni mentre si sapeva di una campana fusa a Roma e portata a Lhasa da Orazio dove era conservata nella cattedrale del Iokhang. La campana fu ritrovata nel 1994 da Silvio Aperio, emissario di Marini a Lhasa, ed il suo suono fu registrato. Quando il Dalai Lama venne a Pennabilli in visita nel 1994 i rintocchi riempirono la piazza gremita e silenziosa mentre il Dalai Lama ascoltava sorpreso e visibilmente commosso.
Ma era il vocabolario, che fra l'altro fu copiato pari pari da un inglese che senza fatica si ritrovò compilatore del primo dizionario Inglese-Tibetano, che si era smarrito nei meandri delle pianure indiane.
E' una bella storia. Di quelle che danno sapore e spessore all'esistenza e ci fanno riflettere sul valore della conoscenza e dei rapporti antichi e amichevoli tra civiltà diverse. Speriamo che l'apertura mentale e la lungimiranza di coloro, istituzioni, banche e quant'altro, che dovranno aiutare Marini a testimoniare un evento storico, faccia sì che il prezioso documento arrivi alla 'Penna' e che sia ancora una volta un segno di amicizia e fratellanza dell'Italia di oggi con il martoriato Tibet.

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